Lezione dal 2077 · n.005
Volevo una ricetta per la parmigiana. Per arrivarci ho firmato un accordo che non ho letto, con gente che non conosco.
Cerco «parmigiana di melanzane». Apro il primo risultato. E prima della ricetta, si alza il muro:
Ottocentoquarantasette. Non ne conosco uno. Ho amici che non arrivano a otto.
Il pulsante grande è colorato e dice sì. L'altro è grigio, piccolo, e ti porta in un labirinto di trentadue schermate con gli interruttori già accesi. Indovina quale ho premuto per anni.
Quel cartello si chiama informativa, e il clic che dai si chiama consenso. Non sono formalità: sono l'unico momento in cui la legge ti mette in mano il potere di dire di no.
Il Garante per la protezione dei dati personali lo spiega con una frase che vale la pena rileggere: l'informativa serve a rendere il cittadino «edotto sulle finalità e le modalità dei trattamenti», e serve a permettere che tu possa dare un consenso valido. Cioè: se non hai capito, quel sì vale meno di quello che sembra.
E c'è la parte che quasi nessuno usa, ed è la più forte: hai dei diritti anche dopo aver detto sì. Puoi chiedere di accedere ai tuoi dati, di farli correggere, di farli cancellare, di limitarne l'uso e di opporti al trattamento. Sono scritti nel GDPR, valgono in tutta Europa, e si esercitano scrivendo — non serve un avvocato.
Il design di quel banner non è un caso: il sì è grande perché il no costa fatica. Non è una truffa, è una scelta di arredamento. Ed è per questo che riconoscerla è già mezza difesa.
««Accetta tutto» è un pulsante grande perché la risposta giusta l'hanno scritta piccola.»