Lezione dal 2077 · n.007
Nel 2014 ho premuto «Accedi con Google» per vedere un oroscopo. Quell'app ce l'ha ancora, la chiave.
Mia nipote mi fa vedere una cosa sul telefono e io, per dire qualcosa di intelligente, le chiedo quante app ha collegato all'account. Lei ride e apre una pagina. Ne ha quattro.
Poi apre la mia.
Trentacinque. Non ne riconoscevo nove.
E la cosa che mi ha fatto sedere non è il numero. È che l'app della palestra ha chiuso nel 2019, e il suo permesso di leggere la mia rubrica era ancora lì, acceso, in attesa.
Quel bottone comodo — «Accedi con Google» — non è un accesso: è una consegna di chiavi. L'app non riceve la password, riceve un permesso. E un permesso, a differenza di una visita, non finisce quando te ne vai.
Google lo scrive senza giri di parole nella pagina dei collegamenti: puoi controllare e rimuovere in qualsiasi momento le app e i servizi di terze parti che hanno accesso parziale ai dati del tuo account. Il potere di chiudere ce l'hai sempre avuto. Nessuno te l'ha mai messo davanti.
E c'è la riga che vale il viaggio, perché smonta l'illusione della pulizia: se togli il collegamento, l'accesso automatico si ferma, ma i dati che quell'app ha già preso restano suoi. Chiudere la porta non svuota le tasche di chi è già uscito.
Non è una truffa e non è un guasto. È che un permesso dato in tre secondi nel 2014 non ha una scadenza, e nessuno è incaricato di ricordartelo. Quel compito è tuo, e fino a ieri non sapevi di averlo.
«Le chiavi date non tornano da sole. Chi non le chiede indietro, le ha regalate.»