Lezione dal 2077 · n.008
Per due anni un'azienda mi ha ignorato. Pensavo fosse finita lì. C'è un ufficio, in Italia, che le scrive per te.
Avevo chiesto a una ditta di cancellare i miei dati. Ho scritto, educato, con la formula giusta. Silenzio.
Ho riscritto dopo un mese. Silenzio. Ho riscritto dopo tre. Mi hanno risposto una frase sola:
«Inoltrata all'ufficio competente.» Quale. Quando. A chi.
E io ho fatto quello che fanno tutti: ho smesso. Perché a quel punto sembra che l'unica strada rimasta sia un avvocato, e per un indirizzo di casa in un archivio non ci vai.
Non era l'unica strada. Ne esisteva una gratuita, e non la sapevo: si chiama reclamo al Garante.
Il Garante per la protezione dei dati personali è l'autorità italiana che vigila su questa roba, e il reclamo è lo strumento con cui un cittadino le segnala una violazione e chiede che sia lei a verificare. Non chiedi un consiglio: metti in moto un ufficio dello Stato che ha il potere di andare a bussare al posto tuo.
Non serve un avvocato: il reclamo può firmarlo direttamente l'interessato. Si manda via posta certificata o per posta ordinaria all'indirizzo dell'Autorità, e sul sito c'è un modello già pronto da riempire.
L'unica cosa che chiede è precisione, ed è giusto così: vanno indicati i fatti e le circostanze su cui si fonda, comprese le richieste che hai già fatto all'azienda. Tradotto: le tue tre lettere ignorate non sono la prova di aver perso. Sono esattamente il documento che serve.
«Il silenzio di chi doveva rispondere non chiude la storia: la consegna a qualcun altro.»